Street art

Street art

Avremmo potuto provare a cambiare il nostro quartiere in molti modi, ma abbiamo scelto la street art. Vi spieghiamo perchè attraverso le parole di Lello Melchionda, ideatore del progetto.

Quando uno nasce in un piccolo centro del sud come Avellino lo sa che prima o poi se ne andrà via, perché il lavoro è altrove. Lo capisci già dal primo anno di università e quindi hai tempo dai cinque agli otto anni per maturare quest'idea (dico otto perché, come spesso accade a ingegneria, vai fuori corso). Nel momento in cui parti, quindi, sei pronto. A maggior ragione se poi finisci nella città più bella del mondo: Roma. I primi anni sei turista, poi capisci che non sono tutte rose e fiori, ti rendi conto che la città ha dei problemi di vivibilità legati ai servizi, ai trasporti, alla coesione sociale ecc ecc, ma tanto un pò eri preparato, per il resto vai avanti lo stesso godendo delle sue enormi bellezze e ricercando cultura e socialità in quei quartieri dove una proposta culturale esiste, penso al Pigneto o alla Garbatella.

Quando invece nasci in Toscana, dove tutto funziona, ci sono i servizi, ti sposti facilmente, hai tutti gli amici e magari esiste già un'offerta culturale non sei pronto ad andar via. Non la maturi. E poi l'emigrazione al contrario (quella da nord a sud), secondo me, non funziona.

Questi siamo io e mia moglie Chiara. Quando ci siamo sposati e siamo venuti a vivere qui a Pineta Sacchetti il quadro era esattamente questo. "Ah, la mì regione", quante volte me lo son sentito dire.

Poi abbiamo avuto un bimbo bellissimo. E i miei genitori che hanno fatto? Ci hanno regalato un ulivo. Ancora mi ricordo mia madre, commossa, che mi fa: "mio nipote non deve dimenticare le proprie radici!" Dovete sapere che gli avellinesi in questo sono molto avellinesi.

A Pineta Sacchetti ci abbiamo sempre vissuto bene, è un posto tranquillo, un paese. Ma ciò nonostante, a un certo punto mi sono trovato con una moglie "a sospirar per l'Arno" e un figlio nato a Roma, romano di prima generazione, che mi faceva larghi sorrisi ignorando ancora queste sue molteplici radici, pur essendo nato qui dietro all'ospedale Cristo Re.

Quando una settimana dopo la sua nascita i miei genitori sono tornati ad Avellino noi siamo rimasti qui da soli con un ulivo, con il problema dell'emigrazione al contrario di mia moglie e con quello di dover insegnare a questo piccolo romano dove si trovasse, ovvero quale fosse la storia del quartiere in cui sarebbe cresciuto. Ma io questa storia non la conoscevo affatto! Chiedo in giro e, più o meno, la gente mi fa: "e che vuoi che te dica? Qua non è mai successo 'gnente!" Oppure: "a Pineta Sacchetti? Ma ce sarò passato na vorta pe' porta' mi zia al Gemelli affà le analisi!"

Eppure c'è un quartiere. Lo so, esiste. Ci vivo. Da poco, ma ci vivo.

A quel punto, voi che avreste fatto? Ho scritto "Pio IX" su Google e, a parte tutti gli annunci immobiliari e le foto di papa Pio IX, mi è apparso il link a un gruppo facebook dal nome "Sei di piazza Pio IX". Sapete, quei gruppi dove la gente si ritrova per ricordare il passato, tipo "te ricordi quanno giocavamo a nasconnarella de fronte ar bar de Peppinella?". Capirai... e chi sarà mai sta Peppinella? Mi iscrivo a questo gruppo: su quasi 400 membri conosco sì e no 4 persone (quelle del mio condominio) e comincio a leggere. Scorgo foto d'epoca, aneddoti, ricordi, storie di persone che hanno lasciato Pineta Sacchetti perché sono andate via in un altro quartiere di Roma, dopo essersi sposate, rimpiangendo quegli anni e quel passato.

Ma quando a Roma cambi quartiere è come cambiare città e, allora, in quel momento, ho pensato: "beh, questi sono messi come proprio come me, hanno vissuto la mia stessa esperienza: sono andati via, ma... questa storia la conoscono! Se li leggo o li contatto direttamente mi diranno tutto quello che mi serve". E così ho fatto: ho cominciato a ricostruire la storia di Pineta Sacchetti un pezzettino alla volta.

Nel frattempo (siamo ancora nel 2014), io e Chiara abbiamo continuato a ricercare eventi, cultura e socialità sempre in altri quartieri, non in questo. Diciamo, il massimo che abbiamo intravisto qui erano eventi calcistici in piazza, nel senso della visione delle partite della Roma e della Lazio al bar.

A settembre 2015, in uno di questi giri per Roma, capitiamo a due passi da qui, a Primavalle, per la festa "Vengo da Primavalle" e lì culo ha voluto che Maurizio Mequio avesse deciso di promuovere Muracci Nostri, progetto di street art a Primavalle, in concomitanza con questa festa. Lo incontro a via Borromeo a reggere la scala a Flavio Solo che dipinge la sua wonder woman. "Piacere, piacere, che fate? Accompagnami a portare sta scala che pesa che te lo spiego: questa è la street art, questa è Ingrid Bergman, questa è Primavalle".

Capirai due più due fa quattro: c'è chi può raccontarmi la storia di Pineta Sacchetti (quelli del gruppo facebook) e chi ha praticamente lanciato l'idea su come rappresentarla: disegnando sui muri.

Ora, però, come lo faccio? Dove? Con chi? Il Parco del Pineto: propongo l'idea agli amici della Rete del Pineto, in questa modalità: "ma invece di sta sempre a pulì sto parco che il giorno dopo è già sporco di nuovo perché non ci portiamo l'arte?"

Pinacci Nostri nasce così, come un evento della Rete del Pineto. E cominciamo a realizzare dei murales collegati al parco, alla natura e al rapporto dell'uomo con l'ambiente: Mauro Sgarbi, Stefano Salvi, Carlo Gori, Pino Volpino diventano i pionieri di un sogno.

Ma eravamo solo all'inizio. Perchè l'idea era quella di portare la storia del quartiere dentro, sui muri. E allora, oltre ai quattro murales nel parco, decidiamo di farne uno fuori. Quel murale è stato il primo seme piantato nel quartiere: un personaggione che ha vissuto qui, non puoi sbaglià, funzionerà. E Beetroot rappresenta Franco Califano, il Califfo, a pochi metri da Piazza Pio IX nel suo "Non escludo il ritorno". Il murale spacca! La gente si ferma e comincia a farsi domande e selfie.

A questo punto, toccava solo mettere i murales in collegamento tra loro. E quale muro migliore se non quello che collega il parco del Pineto con piazza Pio IX? Parliamo di via Calisto II, la strada attraversata tutti i giorni da chi vive qui per fare casa-lavoro-casa o per andare al parco. Insomma, la strada dove passano tutti.

Mentre continuo ad approfondire le storie sul gruppo facebook entro in contatto diretto con alcuni dei suoi membri. Ci vado a casa, mi ci ritrovo a pranzo a ristorante. Comincio a passare la mia vita per strada o in case di persone, fino a ieri, sconosciute. E scrivo, prendo appunti, mi compro addirittura una videocamera per filmare i racconti.

E così vengono fuori storie e disegni. Siamo a Dicembre 2015. E si dipinge a volte con il freddo. A questo punto, devo citare Carlo Gori. Inciso: un artista, di cui non rivelerò mai il nome, mi dice: "Mamma mia Carlo quanto chiacchiera e poi usa un sacco di colori, perché dipinge e ridipinge, li consuma tutti". Era vero, ma in realtà quello che Carlo stava facendo, ci ha spiegato, era metter su "il processo". Ci racconta: "sto qui, giorni e giorni, anche al freddo o al buio, perché quando la gente passa le parlo, spiego ciò che stiamo facendo. Le persone si incuriosiscono, si affezionano. Un artista ti può fare anche una grande opera in un giorno e poi va via. Ti resta un bel disegno, ma il processo, quello che mette le persone dalla tua parte, le rende felici, le fa sentire più vicine le une alle altre, le rende orgogliose di abitare qui, insomma quello che ti cambia il quartiere lo fai così, solo rimanendo in strada".

Dopo il tema delle "radici" e quello della "street art" entra così in scena un terzo elemento chiave del progetto: "la rinascita culturale del quartiere". Da consumatori di cultura in altri quartieri abbiamo cominciato ad essere promotori di cultura nel nostro. Bellissimo... e massacrante, devo dire...

Passa che ti ripassa gente su questo lungo marciapiede di via Calisto II, si fermano: artisti, poeti, sceneggiatori, attori, musicisti, appassionati. Che uno dice: ma questi dov'erano stavano nascosti? Chi li aveva mai visti!? Eh sì perché erano promotori di cultura, ma in altri quartieri di Roma, e su quel marciapiede ci passavano solo per tornare a casa.

Queste persone sono entrate nel "processo" di Carlo e sono diventate "pinaccine", ovvero hanno cominciato a sposare l'idea di cambiamento proposta da Pinacci Nostri. In quel momento, Pinacci, nato come evento della Rete del Pineto, è diventato un movimento culturale e artistico indipendente ed oggi conta quasi 20 persone "portatrici sane di cultura".

Infine, quarto ed ultimo elemento chiave del progetto: persone del quartiere che non si conoscevano per niente, oggi si conoscono e cominciano a passare il proprio tempo libero insieme. Si ritrovano in giro, si frequentano, si mettono in una casa a pranzo la domenica. In una parola: diventano amiche. Il fattore sociale.

In tutto questo la street art è stato l'elemento fondamentale per innescare questo cambiamento, per portare avanti questa rivoluzione culturale a Pineta Sacchetti.

L'intento iniziale era solo quello di scoprire la storia del quartiere in cui vivo per spiegarla a mio figlio e invece è successo tutto questo. La pallina di neve è diventata valanga. Pineta Sacchetti non è più solo il nome di una strada che ti porta al Gemelli. L'ulivo che mi hanno regalato i miei genitori è diventato più grande. Mia moglie non sospira più per la sua regione. E' felice di stare qui e io la amo ogni giorno di più.

Tutto questo è Pinacci Nostri: un nuovo modo di vivere il nostro territorio, promuovendo eventi artistici, culturali e sociali, facendo perno sulla forza prorompente della street art.


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